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Il Covid ha accelerato l'adozione di un gruppo di disruptive innovation: gli strumenti utili al lavoro a distanza. Facciamo delle ipotesi al nostro ragionamento, ovvero assumiamo che la produttività e la serietà dei lavoratori sia la stessa sia nel lavoro a casa che in quella distanza. Non è una ipotesi così assurda, considerando che potenzialmente vi sono molti strumenti di controllo adottabili nello smart working.
Il punto è che adottare queste tecnologie ha creato un grado di libertà. Il cui beneficio è principalmente dei lavoratori.
Questo grado di libertà purtroppo non appartiene però ai lavoratori. Ma alle aziende, almeno per la maggior parte dei contratti in essere.
La maggior parte dei nostri contratti, infatti, disciplina già infatti questo aspetto.
Questa libertà è del padrone, direbbe un mio vecchio amico comunista. Al padrone, in fondo, come dice il mio amico dovrebbe cambiar poco, ma ci sono altri interessi in gioco.
Se tanto mi da tanto, al padrone interessano molto questi aspetti, questi interessi in gioco.
Mi spiego meglio, La Pubblica Amministrazione ritorna in ufficio. Ma smart working avrebbe avuto un impatto sui flussi migratori in atto ormai da decenni verso le città metropolitane.
Da qui ne sarebbe disceso un impatto sulla geografia del mercato immobiliare e sull'economia in genere di periferie e città metropolitane.
Insomma questa disruptive innovation, questo grado di libertà avrebbe spostato un po' di economia verso le periferie.
Le periferie hanno perso ancora una volta, e non fatevi ingannare da strane quote percentuali. Non cambiano radicalmente la situazione. C'è anche un altro fattore che fa pensar davvero male verso il fatto che la decisione sulla liberta di svolgere il proprio lavoro dovunque si voglia sia stata indirizzata da altri fattori ovvero il fatto che i lavoratori sarebbero stati disposti a pagare per esercitare questa libertà. Comprare indietro questo diritto tramite una riduzione dello stipendio.
Ma questa è un'altra storia.
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